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24 novembre 2007

Se persino una «fiction» fa paura…

Alla voce «fiction» sull’autorevole Devoto-Oli si legge: «Letteratura amena, narrativa e con accentuato carattere romanzesco, specie in contrapposizione ad altri generi letterari. Nel cinema e nella televisione il termine si usa a proposito di quei film che basano la loro storia su fatti e personaggi di fantasia, in contrapposizione dunque ai documentari». Insomma, in una sola parola: finzione.

In questi giorni, con una superficialità di analisi e giudizio che è disarmante, magistrati, parlamentari di destra e di sinistra, giornalisti, uomini di governo, intellettuali e gente di spettacolo si sono esercitati in un artificioso quanto stucchevole dibattito per discutere se la «fiction» - e quindi la finzione – sul «Capo dei Capi», ovvero su Totò Riina e le sue «gesta» mafiose corrispondano alla realtà e se non suscitino addirittura una sorta di spirito di emulazione in quanti – soprattutto giovani – la guardano acriticamente.

L’ultima di queste analisi, rivelatici, per certi versi, di una irrazionale iconoclastìa per tutto ciò che non abbia i crismi di una certa «antimafiosità» - e nel caso specifico di un lavoro artistico di finzione, per definizione arbitrario e quindi senza vincoli di fedeltà a fatti e verità processuali - l’ha proposta il Pm della Dda di Palermo, Antonio Ingroia che durante un incontro a Potenza organizzato dall'associazione «Libera» ha osservato: «Alcune fiction come “Il capo dei capi'” possono essere dannose perché creano iconografie al contrario dei mafiosi».
Con lo stesso metro di valutazione di «dannosità» e l’identico, disinvolto approccio, solo per fare un esempio, dovremmo vietare film, spettacoli teatrali, libri in cui la violenza viene raccontata e descritta.
E’ come se, volendo fare una provocazione, discutessimo se il «Davide con la testa di Golia» del Caravaggio possa essere dannoso o meno per chi lo osserva….
Non sarebbe meglio, piuttosto che vietarle le «finzioni», restituire il loro originario senso alle parole e preoccuparsi di utilizzarle con la necessaria perizia, piuttosto che confondere, banalmente, la «fiction» con la cronaca, e promuovere la cultura della visione, della lettura, dell’analisi critica ?
Insomma, si scade nel ridicolo se si pretende di appiccicare persino ad una «fiction» l’etichetta o meno di «antimafiosità»
Come scriveva Theodor Wiesengrund Adorno
«La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta»

Nino Ippolito

Nella foto «Davide con la testa di Golia»
Olio su tavola, cm 90,5x116,5
Custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna